Chiese
pieve di san giorgio di valpolicella
pieve di san floriano
san zeno in poia
chiesa vecchia di cavalo
chiesa di sant' ambrogio
pieve s. stefano in pozzo valgatara
santa matia di minerbe
chiesa di gargagnago
s.martino a corrubio
Le Chiese
Con l’inizio dell’era barbarica e col succe-dersi delle prime invasioni del Medioevo le noti-zie della Valpolicella si perdono quasi completa-mente. Non sappiamo ad esempio quando vi sia penetrata la predicazione della nuova religione di Cristo. Non molto presto però, perché almeno fi-no al secolo V il Cristianesimo deve essere rima-sto entro le mura di Verona e l’evangelizzazione del territorio potrebbe essere avvenuta più tardi. Nella prima metà del secolo VIII è comunque te-stimoniata una chiesa officiata da numeroso clero e provvista di fonte battesimale: è quella di San Giorgio Ingannapoltron che conserva ancora il ci-borio scolpito ai tempi del re longobardo Liut-prando da maestro Orso e dai suoi discepoli Gio-ventino e Gioviano. Forse a questo periodo, anche se mancano testimonianze precise, va fatta risalire anche l’origine delle altre tre pievi che, con quella di San Giorgio, si spartivano la cura spirituale de-gli allora abitanti la Valpolicella, discendenti, ol-treché degli arusnati, anche di genti gote e longo-barde venutesi via via ad aggiungere agli antichi abitatori del pagus, tutti nel frattempo convertiti alla nuova religione.
Nel 1145 le pievi della Valpolicella erano senz’altro quattro: San Giorgio, San Floriano, San Martino di Negrar e San Pietro di Arbizzano. Le loro chiese erano state da poco ricostruite, dopo il terremoto del 1117 che le aveva atterrate o seria-mente danneggiate: due di esse si sono state per-fettamente conservate, e sono quelle di San Gior-gio e di San Floriano; di quella di Negrar, più tar-di ancora altre volte rifatta, rimane comunque il bellissimo campanile romanico che è senza dub-bio il più importante di tutti i campanili della Valpolicella; di quella infine di Arbizzano si sono salvate poche cose, come il portale scolpito. Ma numerose sono in questo periodo anche altre chie-se minori, come San Martino di Corrubio e Santa Sofia di Pedemonte, San Michele di Arcè e San Dionigi di Parona, la vecchia chiesa di Torbe e di Cavalo, San Marco di Valgatara e Santa Maria del Degnano di Fumane, San Zeno di Sant’Ambrogio e San Vito di Negrar.
Quattro erano dunque le pievi che si spartivano il territorio, e quindi la cura d’anime, nella Valpoli-cella medioevale. E se del complesso romanico di Arbizzano sopravvive soltanto la casa canonicale o di quello pure romanico di Negrar soltanto il campanile, a San Giorgio e a San Floriano sussi-stono invece più ampie testimonianze architetto-niche, comprese quelle riferibili alle due chiese.
Perla di San Giorgio Ingannapoltron è ancora in-fatti l’antica chiesa di origine longobarda qui nata - sopra il cocuzzolo di una collina - su precedenti santuari di età romana, quando la Valpolicella centro-occidentale era abitata dagli arusnati: resti di quelle costruzioni sono stati reimpiegati nella costruzione dell’edificio cristiano, sia in età lon-gobarda (probabile epoca della sua fondazione), sia in età romanica (quando cioè la chiesa, dopo il terremoto del 1117, vide una sua parziale rico-struzione).
Nella prima metà del secolo VIII questa chiesa, officiata da numeroso clero e provvista di fonte battesimale, è infatti già testimoniata: lo dicono le iscrizioni delle colonnette del ciborio qui custodi-to, scolpito appunto ai tempi del re longobardo Liutprando (712-744), essendo vescovo di Verona Domenico, rettori della chiesa i sacerdoti Vitalia-no e Tancol, gastaldo Refol e ispettori regi Ver-gondo e Teodalfo. L’iscrizione, incisa dal diacono Gondelme, ricorda anche gli autori dell’opera: Or-so capomastro con i suoi discepoli Gioventino e Gioviano appunto. Forse lo stesso Orso con i suoi discepoli sono scultori della zona: certamente la pietra nella quale vennero scolpite colonnette e archivolti del ciborio è pietra locale.
La chiesa è costruita, come le case intorno, di pie-tra del posto. Biabsidata - cioè con due absidi, come del resto molte chiese dell’Europa Centrale - conserva apparati murari che si fanno risalire an-ch’essi, come il ciborio, all’età longobarda: gli sto-rici sono concordi nell’assegnare a quest’epoca tutta la porzione orientale della chiesa, compresi il chiostro e il campanile riedificati, con questa, do-po il terremoto del 1117 che ne avrebbe seriamen-te danneggiato le strutture murarie.
Allo sbocco della valle di Marano, nel cuore della Valpolicella, è invece la pieve di San Floriano. Si tratta di una delle più belle chiese romaniche di tutto il Veronese, nata nell’ambito di un cimitero pagano, come dimostrerebbero i molti, anche con-sistenti reimpieghi di marmi e pietre romane, fra cui due cippi funebri di grandi dimensioni, mentre altri resti di are funerarie sono allineati nel vialet-to a fianco della chiesa, verso la strada della Val-policella. La chiesa attuale è quella costruita nel secolo XII, ma due privilegi berengariani dell’an-no 905 già qui la menzionano.
La chiesa presenta anzitutto una facciata realizza-ta interamente in tufo e sostanzialmente ancora integra. L’interno era stato trasformato in più ri-prese fino al 1743, svisando via via radicalmente il suo carattere romanico, anche scalpellando o sostituendo gli originali capitelli delle colonne. Solo lavori eseguiti negli ultimi cinquant’anni hanno messo a nudo quanto era opportuno recupe-rare dalla fabbrica romanica. Sono apparse così le ghiere delle arcate composte di conci di calcare più o meno alternati in un gioco marmi rosa e ros-si, e i sottarchi con relative decorazioni dipinte.
Oltre al chiostro seicentesco, il complesso è arric-chito anche da una poderosa torre campanaria po-sta sul lato nord delle chiesa, divisa al centro di ogni lato da una lunga lesena e scompartita a metà e verso l’alto da due file di archetti pensili. Mentre il basamento è in pietra (con molti elementi roma-ni di recupero) la canna della torre prosegue a file alternate di conci di tufo e cotto per terminare con il solo cotto nella cella campanaria, aperta in bifo-re separate da colonnette di pietra. Superfluo ri-cordare che anche questo campanile - con altri della Valpolicella, come quello di San Giorgio, di San Martino di Negrar e di San Vito - richiama, nella sua impostazione, il campanile della verone-se basilica di San Zeno.
Nella valle di Negrar si incontra ancora il campanile romanico (secolo XII) della pieve. La bella e maestosa torre campanaria in tufo, con qualche filare di mattone rosso, ha ogni faccia percorsa, anche qui, come il campanile di San Ze-no, da tre lesene, interrotte per tre volte in altezza da archeggiature ornate da un nastro dentato; e la cui cella campanaria si apre con una bifora su ogni lato.
Un curioso documento epigrafico: risalente al 1166, che è scolpito sul campanile di Negrar, ci ricorda come la pieve acquisisse da alcuni cittadi-ni alcuni diritti di decime dei quali questi feudata-ri erano stati in precedenza investiti. L’atto fu ri-tenuto di tale importanza che si volle appunto eternato il fatto nell’epigrafe scolpita sul campanile della pieve.
Si è detto che anche Arbizzano era sede di una pieve, pur se d’importanza senz’altro inferio-re a quella di Negrar. Dedicata a San Pietro, pos-siede un prezioso portale, residuo di uno scom-parso tempio romanico, già ricordato in un docu-mento del 1056. Ma l’attuale edificio è stato co-struito verso la fine del secolo XVII. La canonica è pure antica.
Sopravvissuto alla distruzione dell’antica chiesa di Arbizzano è il portale trecentesco inca-stonato nella facciata della nuova esaltandone an-cor più, sull’attuale fondale intonacato, i pregi plastici davvero singolari. Tralci di vite, grappoli d’uva, mascherari, fantasiose creature, fiori, ra-moscelli, foglie d’acanto, foglie e frutti di quercia sono gli elementi decorativi utilizzati dall’abilissimo lapicida – peraltro s’ispira ai di-versi linguaggi – tanto nella fronte
 
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